Thursday, 17 January 2008

chapter II - “La Donna, l’Uomo e la Volpe” [IT]

 21/01/2000

Mi risvegliai di nuovo nel letto, qualcuno doveva avermi spostato mentre dormivo.La testa mi stava meglio ma mi sentivo molto debole, guardai in alto e la grata era stata coperta con del panno nero ma potevo vedere il sole filtrare tra i buchi del tendaggio, notai nella stanza ancora un’ altra finestra, questa era stata completamente sbarrata con tavole di legno e stoffa nera, non un raggio di luce filtrava da li invece.
Sulle pareti nella stanza c’erano dei vecchi dipinti di cui non riuscivo bene a capire il significato, ai piedi del letto una cassapanca con sopra dei candelabri. L’odore di cera era ancora nella stanza, qualcuno doveva essere stato li dentro da poco, per spengere le candele.
Sollevando, con il braccio sano, la pesante coperta fatta di pelle di lupo, notai che la fasciatura era stata cambiata e era stato lasciato del cibo sul comodino a fianco al letto.
Mi allungai e misi sulle mie gambe la ciotola contenente una specia di brodino, era ancora calda al punto giusto per poter essere mangiata senza scottarmi le labbra.
La testa ronzava ancora e gli occhi tendevano a chiudersi, mi sforzai a mangiare senza sapere ancora nulla della mia condizione.
Continuavo a speculare senza sosta sul come e il quando fossi arrivata in quella stanza, chi mi ci aveva portato e soprattutto perche’.
Non ero riuscita ad arrivare a nessuna conclusione tranne che chiunque mi avesse portata qui avesse degli interessi a tenermi viva.
Fuori dalla stanza c’era completo silenzio, non un rumore si stentiva, neanche lo scoppiettio del fuoco che avevo sentito la volta precedente.
Dopo aver mangiato mi abbandonai di nuovo al sonno per un altro indefinito lasso di tempo.
Il mio ennesimo risveglio fu questa volta diverso da quelli prima, venni svegliata da un rumore piuttosto forte nell’altra stanza, delle voci e dei rumori di metallici, mi fecero sussultare.
Parlavano in inglese.
La luce dalla grata sul soffitto era scomparsa e la stoffa usata per coprirla era ora piegata in un angolo della stanza.
Si potevano vedere le stelle.
La luce di un camino era di nuovo viva e guizzava da sotto la porta accompagnata dalle voci.
Non dissi nulla ma il cuore mi salto’ nel petto, forse quella sarebbe stata l’ora di avere delle risposte.
Il chiavistello del portone che mi separava dalla luce scricchiolava, la chiave era stata inserita e stava facendo girare gli ingranaggi, un rumore di vecchio e di segreto.
La porta si apri’ ed entro’ nella stanza una figura robusta, lentamente apri il portone lasciando un battente aperto.
Si avvicino’ al letto e mi osservo’ senza toccarmi, i miei occhi erano spalancati e il cuore batteva forte.
Era una donna, molto pallida e di una certa eta’. Ricordava una nanny di quelle dei film d’epoca.
Un vestito grigio scuro a mezzo collo e grembiule bianco, i capelli grigi raccolti dietro la nuca in una crocchia ricoperta da una retina nera. Corporatura robusta e gli occhi di un grigio-blu come il ghiaccio.
I movimenti della donna erano fluidi e sistematici e non proferi’ parola per tutto il tempo che spese dentro la stanza.
I rumori metallici dallla camera affianco continuavano, lei si limito’ a osservarmi, prendere la ciotola vuota e uscire di nuovo.
Cercai di parlare ma non sapevo che cosa dire, mi sollevai ma la ferita faceva ancora troppo male per potermi permettere di stare in posizione eretta e crollai di colpo sul cuscino.
La donna si fermo’ sulla soglia e mi osservo’ arrancare per trovare invano una posizione comoda, avevo bisogno di aiuto.
Si volto’ sui suoi passi e torno’ verso di me; dopo aver appoggiato la ciotola di nuovo sulla cassapanca ai piedi del letto, aver acceso le candele sul candelabro sopra di essa, si sporse sopra di me e sistemo’ il cuscino dietro la mia schiena.
Mi copri’ il busto con la coperta di pelo che sietemo’ lateralmente poi sotto al materasso. I suoi occhi erano vuoti e freddi e guardavano, senza espressione, nei miei. I suoi gesti pero’ erano apprensivi e minuziosi.
Mi sistemo’ i capelli sul viso e mi guardava con uno strano interesse, le sue mani erano fredde.
Sollevo’ il suo ingombrante corpo da sopra di me e si allontano’ di nuovo dal letto senza dimenticare di prendere la ciotola da sopra la cassapanca.
Si allontano’ e scomparve da dietro la porta che lascio’ aperta dietro di lei.
I rumori cessarono mentre le voci continuavano a parlare, sentii dei passi avvicinarsi. Da un momento all’altro qualcuno sarebbe tornato a visitarmi.
I passi si fecero sempre piu vicini e un’ombra si staglio’ sul pavimento nella lama di luce proiettata dalla stanza adiacente.
Era un’ombra snella con i capelli lunghi probabilmente.
Entro’ nella stanza e mi guardo’.
Il sangue mi si gelo’ nelle vene, gli occhi che mi guardavano erano occhi freddi e mi ricordarono immediatamente gli occhi di un lupo, c’era qualcosa di selvaggio nella persona che mi si stagliava davanti in tutta la sua statura.
Vestiva di pelli di animali con pesanti scarpe. Al suo fianco sbuco’ la testa di una piccola Volpe che curiosa non riusciva a resistere a spingere il muso avanti rimanendo pero’ con in corpo dietro le gambe del padrone.
La coda color ruggine si muoveva sinuosamente e il muso si arricciava per annusare l’aria, fece uno scatto indietro appena quell’uomo mosse un passo verso di me. La piccola creatura retrocesse fino a tornare nascosta dietro la porta lasciando solo il musetto sbucare fuori.
I movimenti dell’uomo erano fluidi, non sembrava neanche che camminasse, sembrava piuttosto fluttuare nella stanza.
Si avvicino’ a me e mi guardo’, mi sentii gelare di nuovo.
Il suo naso si arriccio’,in un movimento animalesco, si avvicino’ a me e sollevo' il mento come stesse annusandomi ma dal naso non sentii aria ne' uscire ne entrare. La cosa mi lascio' piuttosto sorpresa e sentii i peli del mio collo sollevarsi in un brivido silenzioso. Tremai leggermente e non riuscii a guaradrlo negli occhi, lasciando lo sguardo scivolare sul suo lungo collo pallido come la cera.
L’odore che emanava la sua persona era di selvatico, lo stesso odore che permeava nella stanza, non riuscivo a vedere nulla tranne il luccichio di quegli occhi vitrei e la pelle bianca riflettere la luce delle candele.
Dopo poco, si allontano’ da me scomparendo dietro la porta di nuovo, insieme alla volpe.
La porta si chiuse dietro quei strani visitatori e il buio torno' a visitare la stanza.
Mi accomodai nel letto, pensando a quegli occhi e presi sonno lentamente.

Chapter I - Il Risveglio - [IT]

20/01/2000

Mi risvegliai completamente al buio in una stanza che odorava di umido e di chiuso. Il mio fianco era saldamente fasciato, tanto stretto da non permettermi di muovermi a mio piacere.
Non indossavo piu la maglietta che ricordavo indossare.
Mi sentivo gli occhi gonfi come se avessi pianto e la testa mi ronzava come se avessi postumi di una sbronza colossale.
Cercai di concentrarmi sui suoni provenienti da fuori della stanza, sempre che ci fosse un fuori e che io fossi dentro, ovviamente.
Nessun suono.
Solo l’odore di umido e di vecchio, come se fossi stata rinchiusa in una vecchia cassapanca della nonna, di quelle che aveva in cantina.
Al posto di cio' che avevo l’ultima volta che mi ricordavo; indossavo, invece, una camicia di cotone, questo era tutto quello che potevo capire nel buio in cui ero immersa.
Il braccio sinistro era completamente immobilizzato dai bendaggi e il fianco mi cominciava a fare male, ero sotto diversi strati di coperte odoranti di pelle di animale.
L'aria era umida e calda, almeno sotto le coperte.
I minuti passavano e niente succedeva, l’ansia si cominciava a farsi sentire e un mal di testa cominciava a crescere leggermente sopra gli occhi, cercavo di mantenere il respiro regolare ma il cuore cominciava a battere sempre piu forte.
Mi sforzai allora di ricordare come e quando arrivai qui e che cosa potesse essere successo al mio fianco per essere cosi fasciato e dolorante.
L’unica cosa che mi venne in mente fu il pub, i drink, gli occhi di Eleine e il suo sorriso poi quegli individui e i loro sguardi subito dopo ebbi come la sensazione di essere trasportata tra le braccia di qualcuno in una macchina, da li in poi il buio nella mia mente.
Buio come quello in cui ero immersa in quel momento.

Presi sonno, non so per quanto riuscii a dormire ma a svegliarmi fu un dolore lancinante al fianco che si estese fin sotto l’ascella sinistra, mugolai dal dolore e una lacrima scese involontariamente sul cuscino; affondai il viso in esso per soffocare i singhiozzi le narici si riempirono di quell'odore rancido di selvatico e con gli occhi chiusi un’altro ricordo mi fece sussultare.
Il ricordo di una lama che penetrava il mio fianco, il ricordo di risa e il ricordo di lei che veniva portata via da me.
La ferita bruciava ora, la potevo sentire, dall’inguine fin sotto l’ascella sinistra, sentivo ancora la lama che bruciava nella carne.
Aprii gli occhi di scatto sperando di poter vedere qualcosa oltre al buio.
Una fioca luce lunare penetrava dal lontano soffitto, cercai di focalizzare meglio la mia vista verso l’unica fonte di luce che mi dava speranza.
Provai a sollevare prima la testa poi il busto dal cuscino rendendomi conto che non potevo perche’ la ferita faceva male, troppo male e la testa ronzava.
Mi sentivo stanca e spossata e avevo voglia di dormire ma ero anche spaventata e volevo sapere che stava succedendo quindi cercai di resistere al desiderio di dormire.
Con la luna che saliva sull’orizzonte e che, lentamente illumanava la stanza in cui mi trovavo, ruiscii a capire, poco alla volta la disposizione dei pochi oggetti intorno a me.

Ero stata distesa su un letto di solido legno, fasciata da mani esperte a quanto potevo capire e abbandonata in quella stanza la cui unica apertura, fino ad ora, verso l’esterno era quella grata nel soffitto.
Alla mia destra c’era una grossa cassettiera massiccia, sembrava anche quella di lengo. I cassetti erano chiusi, lentamente, gli occhi cominciavano ad abituarsi alla poca luce e notai che poco distante dalla cassettiera, piegati delicatamente su una sedia, c’erano cio che sembrava la mia maglietta e qualcosa che poteva sembrare un asciugamano chiaro, come quelli che danno nei motel, pensai.
Lungo la parete alla mia sinistra notai una porta, la fessura sotto la porta lasciava penetrare una lama di luce che faceva la stanza un po piu chiara.
Cercando ancora di capire dove mi trovavo e perche’, sentivo la testa pesante e avevo tanta voglia di dormire, la ferita bruciava ancora e gli occhi erano gonfi e sembravano sul punto di saltare fuori dalle orbite.
Comiciai a pensare e cercare di ripercorrere la sequenza di fatti da quando mi ferirono, mi ricordai vedere lei scomparire nel bosco, scappando; non riuscivo a cancellare quell’immagine dalla mia testa.
Poi ricordavo una macchina scappare, una lancia delta integrale di colore scuro, era notte.
Dopo di cio’ non riuscivo a ricordare nulla, probabilmente persi i sensi per via della ferita e della quantita’ di sangue perso.
Alzai il braccio destro per sollevare la coperta e vidi che le unghie erano ancora scure dal sangue coagulato.
E se fossero stati quegli individui? Fossero stati loro a portarmi li’ e a tenermi rinchiusa la’ dentro senza luce ne cibo? E per quanto tempo ci sarei rimasta?
La paura mi blocco’ la bocca dello stomaco, mi agitai e cercai di alzarmi per andare verso la porta, con le lacrime di nuovo agli occhi rotolai per terra battendo la testa che comincio’ davvero a farmi male, realizzai solo ora, dal pavimento che il letto era molto alto e che nelle condizioni in cui ero non avrei mai dovuto nemmeno cercare di alzarmi da li’.
Mi ritrovavo ora, abbandonata sul pavimento freddo di pietra, con il fianco dolorante e immobilizzato dalle fasciature, il mio braccio sinistro bloccato al busto, la testa che faceva un male incredibile,le gambe tremanti e troppo deboli per poter sorreggere il mio corpo, la visione distorta per la pressione bassa, mi abbandonai stanca sul pavimento.
Tra le lacrime e i sussulti dalla posizione in cui mi trovavo potei notare la una luce tremolante dalla fessura sotto la porta, una luce simile a quella di un fuoco nell’altra stanza, la mia mano si allungo’ per toccare la porta, ero sempre troppo lontana per poterla anche sfiorare; questo fu l’ultimo mio sforzo prima di perdere di nuovo i sensi.